#28 Ready to start

Chi ben comincia è a metà dell’opera.
Mary Poppins

Arcade Fire – Ready to start

A cavallo del Capodanno, i nostri flow di Instagram e Facebook pullulano non solo di meme scaramantici e oroscopi semi-seri, ma anche di post che inneggiano all’intraprendere nuove – salutari – abitudini con il nuovo anno.
Mettersi a dieta, smettere di fumare, lasciarsi indietro relazioni tossiche, iscriversi in palestra (nell’edizione 2020 scaricarsi un’app di fitness e svaligiare Amazon per farsi una palestra in casa) tra le più gettonate.

Sembra però che i propositi di inizio anno non siano un’invenzione del nostro tempo, ma provengano da una tradizione antichissima (si dice siano stati inventati dai Babilonesi circa 4.000 anni fa) fortemente sostenuta dai Romani: l’attuale Capodanno, coincideva infatti con la festa di Giano, dio romano dotato di due facce che guardavano contemporaneamente indietro e avanti, cioè al passato (anno vecchio) e al futuro (anno nuovo).
Insomma, gli antichi non li postavano su Instagram ma magari li incidevano sulle tavolette…

Ci siamo così abituati ai buoni propositi da non farci quasi più caso, come se ce li aspettassimo (anche dai noi stessi), ma qual è il motivo per cui li facciamo?

Questa domanda non ce la siamo posta per primi (per sfortuna!) ma un gruppo di ricercatori ci ha preceduto con una serie di studi che ha permesso di spiegare scientificamente il senso dei buoni propositi, nonché la loro efficacia, attraverso il ψ Fresh Start Effect, cioè l’aumento della probabilità che le persone intraprendano un’azione verso un obiettivo in corrispondenza di un punto di riferimento temporale che indica un nuovo inizio.

In poche parole, è stato dimostrato che l’intenzione delle persone di iniziare a perseguire un nuovo obiettivo viene rafforzata dalla corrispondenza con un punto di riferimento temporale che denota l’inizio di un nuovo periodo.
Esempi di punti di riferimento che attivano il Fresh Start Effect includono l’inizio di una nuova settimana, mese, anno, semestre scolastico o compleanno. Anche i punti di riferimento temporali personalmente significativi, come i cambiamenti di lavoro, i trasferimenti in una nuova città e l’osservanza di festività pubbliche o religiose, possono causare questo effetto.

Secondo Dai e colleghi (2015), che hanno condotto diversi esperimenti di laboratorio a conferma della loro ipotesi, il rafforzamento della motivazione delle persone a iniziare a perseguire le proprie aspirazioni seguendo tali punti di riferimento temporali sarebbe parzialmente imputabile a un meccanismo dissociativo rispetto agli eventi del passato e soprattutto al sé stesso fallace e sbagliato del passato.

Che dire, forse potete smettere di nascondere il foglietto appallottolato nella vostra tasca e gridare ad alta voce i vostri buoni propositi… se il Fresh Start Effect esiste, tanto vale sfruttarlo!

Ho stampato mille biglietti di visita e ora me ne pento. A mia parziale discolpa è stata una decisione impulsiva, non sapevo quanti me ne sarebbero serviti, ma la differenza tra 200 e 1000 era di soli dieci euro, così in un attacco di narcisistico ottimismo mi sono detto: chissà, magari me ne serviranno tanti.
Non sono serviti. Mi sono reso conto che più che dare biglietti da visita ne ho ricevuti tanti, da ogni paziente o utente con cui ho lavorato. Non parlo dei sopracitati pezzi di carta ma del loro equivalente metaforico: il biglietto da visita di chi cerca aiuto.

Che ne siamo coscienti o meno, il nostro modo di salutare influenza enormemente la relazione che andremo a stabilire con ogni persona. Presentandoci veicoliamo messaggi su chi siamo, che intenzioni abbiamo e come consideriamo chi abbiamo di fronte, che a sua volta farà lo stesso con noi.

Si dice che l’ansia del nuovo porti a usare maggiormente soluzioni pronte e strategie conosciute, e io sono d’accordo con questa affermazione. Ecco, ad ansia e novità piace spesso stare insieme; la prima può anche trasformarsi in eccitazione o entusiasmo, ma un incontro con una persona che non conosciamo è sempre un appuntamento con l’ignoto. Per quanto con la razionalità possiamo prepararci, rimane l’incontro tra i corpi e le loro chimiche, che mandano segnali estetici e sensuali, intesi come stimoli della vista, dell’olfatto, dell’udito e del tatto.

I nostri sensi reagiranno a queste informazioni nuove, e d’impatto avremo le prime risposte: ciò che vediamo ci piace o ci repelle? Ci mette comodi o ci agita? Assomiglia a qualcosa che conosciamo o è del tutto nuovo? Se è nuovo, ci turba e ci mette paura, o ci eccita e ci intriga?

Questo non avviene solo con chi si avvicina con una richiesta di supporto, che lo vogliamo o no capita a tutti e spesso è talmente rapido e spontaneo che neanche ce ne accorgiamo. Volevo raccontare di quei peculiari primi incontri con chi arriva in studio, con addosso un carico enorme di sofferenza, aspettative, speranze e chissà cos’altro, e nel farlo ho pensato a loro, alle persone. Alcune di loro le conosco già da un po’ e rivedo in quei primi momenti lampi fugaci di intimità e profondità che spesso si raggiungono a fatica, solo dopo mesi. Perché esporsi è terrificante ma è anche bellissimo, ma troppo tutto insieme è doloroso, è pericoloso e il corpo lo sa, e ogni primo incontro sembra una cosa fragile e preziosa, troppo per poterla raccontare a cuor leggero.

Sono convinto che dentro l’inizio ci sia già tutto della storia tra due persone, l’unica differenza è che come professionista andare a riguardarlo e decostruirlo è un’arma in più per ricollegare i fili che compongono la tessitura della relazione terapeutica. Linee che collegano significati e viaggiano nel tempo collegandosi ad altre linee e così a loro volta…

Che sia un terapeuta o una persona in fila alle poste, il nostro organismo ha già idea di cosa apprezzerà o respingerà di una persona nuova. Di tutto questo la nostra parte cosciente, che deve organizzare tutto il resto di noi, ogni tanto viene a saperne qualcosa ma non può afferrare la totalità delle passioni che si nascondono nelle prime volte, e credo sia meglio così, che dalla nostra mania di controllare tutto si risparmi almeno la magia e il mistero dei primi istanti.

L.


ψ Da uno studio di J. Willis e altri del 2006 è emerso che l’esposizione al volto di uno sconosciuto per 100 millesimi di secondo è sufficiente a formare in chi guarda un prima impressione dell’altro, che non si modificherà senza l’aggiunta di ulteriori informazioni. 

CGbros – Brain Divided
Nonostante il finale dal vago sentore di vecchio stereotipo, un corto che racconta con ironia cosa accade nel cervello durante i primi appuntamenti.