#04 The sound of silence

Penso novantanove volte e non trovo niente. Smetto di pensare, nuoto nel silenzio e la verità arriva da me.
Albert Einstein 

Simon & Garfunkel – The sound of silence

Sono l’ultima persona sulla faccia della terra che può parlare di silenzio, per due motivi.

Il primo è che io non so stare in silenzio, devo necessariamente esprimere verbalmente le emozioni pensando che l’altro – se non metto dei sottotitoli che descrivono minuziosamente cosa sta succedendo e cosa sto cercando di esprimere – possa fraintendere la mia comunicazione.
Il secondo è che vengo da una famiglia molto rumorosa, per cui per me il silenzio è una condizione detestabile e innaturale. In casa mia non c’è mai silenzio: leggiamo ad alta voce, commentiamo qualsiasi cosa, ci urliamo da un piano all’altro della casa, persino il gatto ha un’asma importante per cui non c’è silenzio neppure di notte.

Stare in silenzio mi richiede un grandissimo sforzo e, nella mia formazione da psicoterapeuta, è stata una delle sfide più difficili che ho incontrato.
Imparare a non rispondere necessariamente al paziente quando fa una domanda, perché molto spesso la domanda non è rivolta a te e non c’è bisogno di una risposta.
Imparare a rispettare i momenti di silenzio in seduta, perché hanno un senso e non devono essere riempiti.
Imparare a non dire all’altro tutto quello che stai pensando o a fidarti che anche il tuo silenzio e il tuo sguardo gli comunicano la tua partecipazione emotiva mentre piange.

Mi ci è voluto molto tempo per capire a cosa servisse il silenzio, perché lo consideravo un manierismo inutile, un vizio di forma; ma un’analisi a tre volte a settimana – nonostante le più strenue resistenze – ti costringe a confrontartici.
E mi ha permesso di scoprire un mondo nuovo che era già lì, da quando sono nata, ma non avevo l’orecchio allenato. Quando siamo in un ambiente silenzioso (le finestre sono chiuse, non ci sono elettrodomestici, l’altro non emette rumore) e siamo anche noi in silenzio, ci si presenta davanti un’occasione unica: quella di ascoltare noi stessi.

Una delicata trasposizione grafica di questa esperienza l’ha fatta Giacomo Bevilacqua in uno dei più bei titoli che abbia mai letto per una graphic novel: Il suono del mondo a memoria (edito da Bao).

È un’esperienza che fa paura, perché non siamo abituati e non sappiamo cosa aspettarci, ma a poco a poco dal silenzio emerge una parte di noi più autentica e viscerale che può insegnarci tante cose, proprio perché ha camminato accanto a noi, facendoci da ombra sin da quando abbiamo mosso i primi passi.

In questo momento in cui il silenzio nelle strade e nelle nostre case fa molto rumore questa condizione indesiderata può forse diventare un’occasione di contatto, un effetto collaterale di questa pandemia che può essere trasformata in una risorsa che potremo tenere con noi anche quando tutto questo sarà finito e torneremo alla normalità.

Z.

Per sfogliare le prime pagine de Il suono del mondo a memoria di Giacomo Bevilacqua.

Michael Kenna (anche in copertina)

Bianco e nero. Luce immateriale. Paesaggi sconfinati. Architetture abbandonate. Città svuotate. La presenza umana si percepisce, ma non si vede.

Cerco il silenzio come fuga dal rumore di fondo del mondo

https://www.michaelkenna.com/