#21 Quasi adatti

Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti.
Mariangela Gualtieri – Mio vero

Tre Allegri Ragazzi Morti – Quasi adatti

Chi ha fatto il liceo classico sa che perfetto non è solo un complimento, ma anche un tempo verbale che racchiude in sé ciò che non è più, ciò che è parte di un passato che si è concluso e rimane indietro mentre la vita continua a svolgersi.

Il tempo Perfetto si usa quando un’azione è iniziata nel passato, si è svolta nel passato ma si è anche conclusa nel passato: in poche parole, non è più parte del presente.
In questi giorni, ho incontrato tante volte su blog e social il binomio perfezione-imperfezione e ogni volta rimango incantata da come possa essere considerato seducente e appetibile qualcosa che è finito, limitato, cristallizzato in un passato che non può esistere nel presente.

Essere perfetto etimologicamente è un po’ come voler ammettere di essere finito, concluso. Dunque, non vivo: morto o inumano.
Il non-perfetto ha invece in sé un sentore di possibilità: è iniziato nel passato ma non è ancora finito, può ancora cambiare e trasformarsi, può ancora comunicare e creare nuovi significati.
È vivo e libero.
Ho paura dell’elogio e dell’istigazione alla perfezione che la nostra società opera: cosa ne sarà di me dopo che sarò diventata perfetta? Sarò ancora viva? Sarò ancora reale?

Brian Eno lo spiega in maniera eccellente parlando dell’intervento della tecnologia nella musica:
“ […] and indeed when you’re doing that, the immediate effect is: <<oh, that’s better>> but of course if you keep doing that, what you gradually do is homogenize the whole song until every bar sounds the same until every rhythm guitar part is perfect in fact there is no evidence of human life at all in that”.

Trad.
“[…] e in effetti quando lo fa (n.d.r. modificare un brano digitalmente), l’effetto immediato è: <<oh, va meglio>> ma ovviamente se continui a farlo, quello che fai gradualmente è omogeneizzare l’intera canzone fino a quando ogni battuta suona allo stesso modo, la parte di chitarra ritmica è perfetta, infatti non rimane più alcuna prova di vita umana nel brano”.

E ora immaginate i Pink Floyd senza David Gilmour che con la voce imita gli strumenti.
Immaginate i pezzi che compongono il medley in Abbey Road semplicemente tagliati e incollati.
Anarchy in the UK senza gli sputi di Johnny Rotten?
L’Unplugged in New York dei Nirvana completamente ripulito da tutti i rumori di Kurt.

Io non lo so fare e questo mi dà gioia: non sono perfetta, ergo sum.

A me ci vogliono due giorni di ragionamento per esprimere lo stesso concetto in modo comprensibile, a Brian Eno bastano solo 36 secondi per zittire tutti.

Z

In questo periodo, la vita mi ha portata a vedere – forse come mai prima – alcune mie fragilità, debolezze, insicurezze.

Vedere non è il verbo giusto perché è stata più una visione forzata, uno sbatterci contro, senza possibilità di voltare lo sguardo altrove.
E allora guardo, osservo, mi ci immergo dentro, sento ed ecco arrivare un profondo senso di inadeguatezza che mi attanaglia e che si diffonde velocemente inglobando tutto il mio fare ed il mio essere.
Non sono abbastanza brava.
Mistifico, fingo e e gli altri non si accorgono di quanto poco ci sia sotto una bella facciata.
Sono un’impostora.

Non sono perfetta.

E non posso esserlo, se anche etimologicamente perfetto è qualcosa di compiuto in tutte le sue parti, che non manca di alcuna qualità, di alcun elemento caratterizzante.

Ed ecco arrivare un concetto, un’idea: la self-compassion o auto-compassione, teorizzata da Kristin Neff, professoressa del dipartimento di Psicologia dell’Università del Texas.

Questa la definizione (tradotta dal sito web dell’autrice):
“Essere aperti e commossi dalla propria sofferenza, provare sentimenti di cura e gentilezza verso se stessi, assumere un atteggiamento comprensivo e non giudicante nei confronti delle proprie inadeguatezze e fallimenti.
L’aspetto più importante, forse, è che avere compassione per se stessi significa onorare e accettare il proprio essere umani. Le cose non andranno sempre nel modo che vorresti. Andrai incontro a frustrazioni, perdite, commetterai errori, ti scontrerai con i tuoi limiti, non sarai all’altezza dei tuoi ideali. Questa è la condizione umana, una realtà che noi tutti condividiamo”

Nel sito (in inglese) si trovano alcune pratiche per esercitare la self-compassion: meditazioni guidate e una serie di esercizi. Ve ne propongo uno che io stessa ho deciso di provare: la lettera di auto compassione.

  1. Quali imperfezioni ti fanno sentire inadeguat*?
    Identifica un aspetto (fisico, relazionale, lavorativo…) che ti fa sentire inadeguat*. Quali sono le emozioni che provi pensando a questo aspetto? Prova a metterti in ascolto di queste emozioni, esattamente per come arrivano e quindi scrivine.
  2. Scrivi una lettera a te stess* da parte di un* amic* immaginari* che ti ama in modo incondizionato.
    Pensa ad un* amic* immaginari* che ti accetti in modo incondizionato, che sia gentile e compassionevole. Immagina che quest* amic* possa vedere tutte le tue forze e le tue debolezze, compreso ciò di cui hai appena scritto. Scrivi una lettera a te stess* dalla prospettiva di quest* amic*, cercando di focalizzare il suo profondo senso di accettazione, gentilezza, cura.
  3. Senti la compassione che lenisce e rinforza.
    Dopo aver scritto la lettera lasciala da parte per un po’. Quindi aprila e leggila cercando di sentire l’incoraggiamento, il sostegno, l’accettazione che esprime.

Buon elogio compassionevole della vostra fallacità!

Q

Marcel Duchamp – L.H.O.O.Q., 1919